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Patentes effodiendi thesaurum”

Questo incipit di tutte le licenze di scavo è determinato dalla reale presenza di oggetti preziosi nel sottosuolo. Riportiamo la relazione di un ritrovamento, fatto nel 1606 dal principe Federico Cesi, nel corso di scavi sulla via Tiburtina, in località Monticelli.

<< il pr. D. Federico Cesi in detto anno prese a fare uno scavo in quelle vicinanze in un luogo dove un’antichissima fama diceva che molte cose di gran valore fosser nascoste. Pochi giorni dopo vi si trovò un gran vaso di argento posto sopra una colonna di marmo nel quale si ritrovarono le ceneri di una che doveva essere certamente una gran Signora se giudicar se ne deve dai preziosi ornamenti, che nel vaso eran racchiusi insieme colle ceneri; e molti pretesero che fossero quelli gli avanzi della regina Zenobia. Vi si trovarono infatti delle collane d’oro purissimo, degli anelli pur d’oro, in alcuni de’ quali erano inserite delle gemme preziose, ed in una di queste era messo un genio alato in atto di scrivere. Questa sì felice scoperta aveva animato il principe a proseguir con ardore lo scavo, ma l’opera fu ben presto interrotta. Imperocché avendo il duca d’Acquasparta di lui padre avuta notizia delle cose che si ritrovavano, vi si recò all’improvviso e colla sua presenza sospese l’opera incominciata.>>

Durante gli scavi per la costruzione delle mura gianicolensi, volute da papa Urbano VIII Barberini, venne trovata una sedia di metallo tutta intarsiata in argento e, tra due muri demoliti, quasi un’intera credenza di piatti d’argento figurati in bassorilievo.

Un altro aspetto del tesoro è il fervore edilizio, questo porta a Roma maestranze provenienti da tutta la penisola, ma soprattutto dal Granducato di Toscana e dalla Lombardia, e mette in moto una straordinaria ricerca di materiale (prevalentemente di marmi e di metallo). Nessuno si sottraeva alla “febbre dell’oro”, appaltata dalla Camera Apostolica, mediante licenze di scavo, a soggetti più diversi:

  • magistrati delle strade – procedendo allo sterro per la creazione di un piano stradale inevitabilmente estraevano materiale, oppure per riparare le strade utilizzavano materiale situato ai margini delle stesse, distruggendo spesso gli antichi sepolcri romani - ;
  • enti ecclesiastici, come le attivissime monache di Via Panisperna o i canonici della Rotonda, che non esitano a spogliare il Pantheon dei marmi di rivestimento e dei bronzi;
  • proprietari di vigne,1 ed incontriamo nomi di grande prestigio come Martino Colonna duca di Zagarolo, Antonio Frangipane, gli Orsini;
  • eminenti personalità, come il cardinale Antonio Barberini e persino la regina Cristina di Svezia;
  • privati ricercatori,2a cui veniva accordata la patente di scavo entro un determinato territorio.

Infine tutti si affidavano ad esecutori materiali: muratori e carrettieri per il trasporto del carico.

Non mancarono le licenze di scavo fuori Roma: Tarquinia, Viterbo, Bagnoreggio, Bracciano, Orte, Orvieto, Sutri, Nepi, Vetralla, Vitorchiano, Albano, Anzio. I sepolcri posti lungo le vie consolari assicuravano generalmente un ricco bottino. Qui gli scavi diventano particolarmente intensi a partire da papa Urbano VIII (1623-44). La vena superficiale, entro la città antica, cinta dalle mura aureliane di III s. d.C., si era prosciugata, imponendo di scendere a quote sempre più profonde, con costi maggiori. I frutti degli scavi suburbani, più redditizzi, erano comunque destinati a Roma, e solo in modo episodico vennero reimpiegati in zone limitrofe al luogo di ritrovamento.

La licenza di scavo era conferita dal cardinal Camerlengo - responsabile dell'amministrazione finanziaria di Santa Romana Chiesa -, ma una norma di tutela stabilita dai papi del Rinascimento prevedeva che vi fosse un controllo da parte del Commissario alle antichità. Una quota del tesoro estrato dal privato che aveva ottenuto la licenza di scavo andava di diritto alla Camera Apostolica, generalmente era il quarto, ma il Camerlengo poteva decidere diversamente.

I materiali occorrenti per le fabbriche pontificie venivano invece acquistati dal Tesoriere Generale ; il resto del materiale scavato era a disposizione del libero mercato, trovava una collocazione nella stessa città – venduto agli scalpellini in Campo Vaccino - oppure veniva esportato.

Operare abusivamente comportava pene severe, inclusa la scomunica.

Non si deve pensare che venissero smontati unicamente gli edifici romani; i papi non ebbero nessuna difficoltà a far abbattere edifici cristiani. Citiamo, a solo titolo di esempio, alcune demolizioni fatte sotto papa Sisto V (1585-90): il Patriarchio lateranense; le chiese di San Luca e Alberto, spianate per consentire la costruzione della Cappella del Presepe in Santa Maria Maggiore; l’oratorio di Santa Croce in Gerusalemme, opera risalente al V s.. In qualche caso, gli edifici furono solo “alleggeriti”, come la chiesa di san Pietro a Tivoli, dove vennero prelevate 2 colonne di alabastro, 4 colonne di serpentino, in quanto <<… detta chiesa, poco frequentata e officiata….>>.

Nulla andava perduto; tutto ciò che era possibile riutilizzare veniva destinato ad altri edifici.

E’ interessante notare come nelle relazioni dei ritrovamenti, negli anni a ridosso della Controriforma, compaiano citati, con dovizia di particolari, i marmi colorati, le colonne, i pavimenti, senza nessun accenno agli oggetti chiaramente pagani, che invece assumeranno un ruolo privilegiato a partire da Paolo V Borghese (1605-1621), quando lo spettro della Riforma appare ormai remoto e si sviluppa invece l’interesse per un collezionismo su basi antiquarie. Le sculture ed i rilievi ritrovati andarono perlopiù ad arricchire la collezione del cardinale nipote: Scipione Borghese (esempio paradigmatico di collezionista appassionato di opere d’arte); ma non furon meno interessati ai reperti archeologici i Barberini o i Pamphilj. Sulla facciata della villa fuori Porta Pinciana del cardinale Scipione, trovarono una collocazione anche le are tauroboliche ritrovate <<…spezzate con mazze di ferro da christiani et gettati et sepeliti in disprezzo di questa idolatria…>>3, durante gli scavi per la facciata di San Pietro.

Se le ragioni di carattere estetico - la decorazione esterna della villa Borghese - possono apparire chiare non va sottovalutato il fatto che possedere opere d’arte, antiche o moderne che fossero, costituiva un importantissimo strumento di capitalizzazione in un sistema economico dove la moneta circolante era insufficiente.

Paola Lauro

Note:

1 Sono le ampie zone agricole, ma anche giardini, situati all’interno o immediatamente a ridosso delle mura aureliane, di proprietà delle maggiori famiglie patrizie.

2 Questi sono i soggetti più diversi: dall’artista in capo ad una fabbrica pontificia (come Domenico Fontana, Carlo Maderno o Giacomo Della Porta) a cui viene rilasciata una licenza estremamente ampia: “ ……in tutto lo Stato della Chiesa…. ad uso della fabbrica…”; tra gli artisti cercatori si distinguono gli scultori come Ippolito Buzio e Francesco Mochi (Niccolò Pippi d’Arras e Flaminio Vacca sono fornitori); a speculatori; a singoli individui provenienti anche da fuori Roma che tentano la fortuna come il cercatore di fiume pistoiese Lorenzo di Giovanni Bocci; ma anche la signora Ginevra Salviati che riceve nel 1595 una generosa licenza che la dispensa dal darne partecipazione alcuna alla Camera Apostolica; oppure il medico di Caprarola.

3 R. LANCIANI, Storia degli scavi di Roma, Paolo V p. 50 cita GRIMALDI.

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