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Altre prospettive: gli artisti durante il lockdown

Il Covid-19 si è presentato senza una data di scadenza. Barricati in casa, spaventati dalle drammatiche notizie della pandemia che avanzava, consapevoli della feroce crisi economica che avrebbe seguito il forzato blocco del lavoro, abbiamo fatto il pane, cucinato con amore, abbiamo condiviso la spesa con chi ne aveva bisogno, e abbiamo cantato dai balconi. Ci siamo stretti attorno ai valori più intimi, aspettando con ansia, davanti al televisore, le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, mentre scorrevano lente le immagini di una bellezza struggente delle nostre città simbolo: Roma, Venezia, Firenze, silenti e deserte. Con gli occhi lucidi, ci siamo aggrappati alla speranza: ce la faremo. Lo sappiamo, questa è una terra resiliente, percorsa nei millenni da invasioni, guerre, distruzioni e pandemie; ma noi siamo ancora qui.

La straordinaria potenza iconica degli antichi capolavori, frutto del genio umano maturato sulla nostra penisola, è stato per noi il faro nella tempesta.

Così ho pensato di chiedere ai creatori dell’arte di oggi come avessero vissuto il lockdown. Tre artisti: Gudrun Sleiter, nata durante la seconda guerra mondiale in una cittadina prussiana divenuta successivamente territorio Polacco; Ciriaco Campus, nato in un paesino del Nuorese in Sardegna, e formatosi alla prestigiosa Accademia di Brera, dopo il 1968; e il giovanissimo Leonardo Crudi, romano, autodidatta, con una prima “formazione di strada”. Solo la passione per l’arte li accomuna, appartengono a storie e generazioni diverse, e ognuno ha percepito il distacco di questi mesi di quarantena in modo diverso.

Gudrun Sleiter

Pittrice tedesca, romana d’adozione, mi ha accolto in casa sua con la mascherina. Lo studio è una stanzetta tappezzata di dipinti, sui piani di appoggio stanno gli attrezzi del mestiere, al centro il cavalletto è montato con una tela a cui sta lavorando. Mi mostra i cassetti dove sono ordinatamente raccolti i colori, i tessuti fantasia che compra ai banchi degli straccivendoli per i suoi collage, scatole ripiene di atti vergati ad inchiostro nero qualche secolo fa e antichi spartiti, che utilizza per la qualità della carta.

- “La carta antica è come la stoffa, resistente, elastica. La carta di oggi non si può utilizzare si rompe subito.”

Facciamo un giro per la casa, mi spiega la tecnica con la quale ha realizzato i suoi dipinti.

- “Qui ho utilizzato delle carte geografiche, quelle vecchie, il cui retro è fatto di tela di lino, vi ho steso lo stucco, vi ho dipinto le meridiane ed infine l’ho lucidato a cera. Ho girato tutta Roma, tutto il Lazio, ed ho osservato attentamente le meridiane per fare questi dipinti.”

- “L’idea è molto sofisticata, una meridiana che segna il tempo su una mappa che indica il viaggio. Il percorso è coperto dallo stucco da muro e dal colore, non è visibile ma solo intuibile. Io lo trovo affascinante.”

L’intera casa mostra tracce del suo passaggio, come se cavalletto e colori segretamente migrassero di stanza in stanza.

- “Tu hai potuto lavorare durante il lockdown? Hai tutto qui, a disposizione.”

- “Si ho lavorato, sono tornata al mio primo amore, la pittura ad olio su tela, dato a spatola, non a pennello. In realtà a un certo punto avevo finito il bianco, ed eravamo in piena pandemia, ho chiamato Vertecchi e sono stati molto gentili perché mi hanno portato tre tubi di bianco e uno di giallo.”

- “Come hai vissuto questo periodo, durato più di due mesi, in cui si doveva comunque rimanere chiusi in casa?”

- “ Ricordi? Avevamo la possibilità di uscire fino a 200 metri da casa, e le idee mi vengono passeggiando. Era l’inizio della primavera, sbocciavano i papaveri lungo la strada che percorrevo, ed inizialmente il lockdown mi è sembrato persino una opportunità: potevo finalmente stare a casa e dipingere dalla mattina alla sera.”

La prima tela fatta durante il lockdown è un trionfo di colore, energia vitale, gioia.

- “I numeri della pandemia sono cresciuti ed allora ho visto la solitudine. Ho dipinto un paesaggio, la campagna isolata, dei pini sullo sfondo, il cielo, e null’altro. Questa è stata la seconda tela. Passavano i giorni e vedevo il grano crescere durante le mie passeggiate. Il mio terzo dipinto fatto durante il lockdown è questo campo di grano, alto, lo potresti accarezzare perché è cresciuto sotto il cielo azzurro. L’ho realizzato con varie spatole, ad olio, la stessa tecnica che usavo quando tanti anni fa ho iniziato a dipingere.”

- “Speriamo che la forza positiva di quest’opera sia di buon auspicio per tutti noi. Il grano rappresenta la fertilità della terra e la vita. I tuoi dipinti mi ricordano la dea romana Cerere che teneva in mano le spighe di grano ed il papavero.”

Ci salutiamo davanti ad un dipinto nero monocromo, segnato da graffiti. Gudrun me lo illustra perché sotto la superficie c’è il pensiero dell’artista che è tecnica, innovazione, lavoro.

- “Questa è un falso di lavagna, sembra una lavagna ma è realizzato ad olio su tela. Ne ho fatti tanti di quadri così 30 anni fa; al tempo non li faceva nessuno. Mi piaceva moltissimo l’idea che hai sempre la possibilità di cancellare ciò che hai immaginato, pensato, fatto, il che non significa ricominciare la tua vita, ma passare la spugna su ciò che non ti corrisponde più.”

Ciriaco Campus

L’ho incontrato a Fumone, appena è stato possibile allontanarsi da Roma. Qui Ciriaco trascorre spesso il fine settimana, nella sua casa d’artista; lo studio non è ancora pronto, ma ogni angolo parla della sua arte, provocatoria, ironica, non convenzionale.

-“I primi giorni del lockdown smaniavo per andare allo studio, ci andavo in motorino per portare da mangiare a Nemo. Nemo è il mio gatto, artista pure lui, nel senso che quando gli metto sotto le zampe un pezzo di cartone, si mette subito a lavorare con impeto, un'invasato, (ride..) con i graffi realizza interventi neo informali fatti di segni e buchi, tanto che anni fa ha realizzato pure una mostra in una libreria di San Lorenzo. A causa della permanenza forzata in casa, Nemo aveva dato di matto, preso da raptus improvvisi, saltava sui tavoli e sul letto giorno e notte, per cui sono stato costretto a portarlo allo studio che ha un ampio giardino davanti. Un po’ come lui, anche io mi sentivo intrappolato in casa, non riuscivo a pensare di rimanere lontano dallo studio e sinceramente nella fase iniziale non mi sono reso conto della portata della crisi sanitaria. Inizialmente uscivo a giorni alterni per portare da mangiare a Severa, mia figlioccia acquisita in auto-quarantena, che abita vicino allo studio.

Poi mi sono organizzato, ho portato il computer, i colori e le tele a casa e ho smesso di uscire. Dopo i primi 15 giorni di confinamento tra le mura domestiche mi sono reso conto che avevo meno voglia di uscire, per una sorta di sindrome della capanna, secondo la quale più uno sta rinchiuso e meno ha voglia di uscire.”

- “Ma quando sei stato a casa non avevi possibilità di creare?”

- “Solo in parte. E’ vero che dallo studio avevo preso di che disegnare, tanti fogli e un cavalletto da campagna, che avevo montato in salotto - dove naturalmente dovevo stare attento a non sporcare, il che si sa, non è la condizione migliore per creare. Alcune piccole tele su cui ho lavorato, sono risultate essere molto brutte; le ho recuperate - e sono venute invece molto bene - solo quando ci sono intervenuto di nuovo a studio.

La situazione era irreale, mi rendevo conto che qualcosa smetteva di funzionare o almeno funzionava con difficoltà, e non solo per l’assenza di rapporti de visu e di socialità. Emergeva l'incapacità di concentrarsi. Al telefono, con gli amici artisti, abbiamo condiviso questa sensazione di difficoltà, di formulare l'azione creativa attraverso un segno che fosse significante. Un mio amico regista che doveva scrivere il suo nuovo film, non riusciva più a concentrarsi, e solo con un enorme sforzo di volontà buttava giù qualche riga. Anche per me, seppure abituato a lavorare nel silenzio generale, magari di notte, il blocco, il fermo totale non ha creato una situazione favorevole. Non riuscivo a concentrarmi. Questo a dimostrazione che il processo creativo, per quanto fatto da singoli, non è indipendente dagli altri. Evidentemente facciamo parte di un unico organismo continuamente interconnesso, anche quando non ce ne rendiamo conto. E' un impianto che ci dà energia continua per fare le cose; se questo funziona male, anche solo in parte, ne risente tutto l'impianto. Ci ha fatto comprendere quanto gli altri, la vita viva esterna al sé, la società vista nel suo insieme in continuo movimento, sia indispensabile per l'attività dell’artista, ne costituisce la parte fondante del fare, senza gli altri non c'è arte.”

Leonardo Crudi

Appartiene alla nuova generazione. Nato nel 1988, a tredici anni scopre la sua vocazione, vuole a tutti i costi disegnare, dipingere. Le pareti, quelle delle strade di Roma, sono la sua palestra; graffiti, lettering segnano il suo inizio da autodidatta. Le sue affissioni - potete scoprirle a Roma - nascondono la tristezza dell’abbandono, la bruttura dell’incuria. Sono immagini bidimensionali, costruttiviste, dipinte su carta; sembrano manifesti, ma non vendono desideri, regalano arte. L’effetto è intrigante, straniante, ci invita a riflettere.

L’ho incontrato alla fine del lockdown, nello studio che ha aperto da qualche mese insieme ad altri artisti.

- “Come hai vissuto questo isolamento forzato, lontano da tutti questi barattoli di colori, da i tuoi libri e le tue opere? Hai impiegato il tempo nello stesso modo?”

- “In realtà nello stesso modo, facendo manifesti e un po’ di divulgazione che è poi il mio percorso di formazione culturale e d’interesse. Solo ho avuto più tempo per fare ricerca, che è una base importante del mio lavoro. Ho avuto tempo per leggere molto, vedere molte immagini, molti film, che è un altro dei miei punti di forza nella pittura. L’unica cosa che è un po’ cambiata rispetto al normale è stato il modus operandi, il modo in cui ho lavorato. Mentre qui uso carta, pennelli e colori, a casa ho dovuto usare il computer per forza di cose, quindi ho dovuto lavorare molto con i programmi di grafica. Sono stato contento perché ho avuto l’opportunità di approfondire una cosa che conoscevo parzialmente, non essendo un punto focale del mio lavoro. Questo periodo mi ha aiutato ad approfondire la tecnica della digital art.”

- “In quanto artista cosa pensi del fatto che il mondo si sia fermato e che metà dell’umanità sia caduta in depressione?”

- “L’arte in tutte le sue sfaccettature ha aiutato moltissimo a passare il tempo in casa perché i film, la musica, i libri sono tutti frutti di un’arte. E noi avevamo anche il dovere morale, come artisti, di non fermarci e produrre sempre. Ho vissuto le prime settimane come una reclusione coatta, poi l’ho vissuta più come una forma di anacoretismo:un lupo solitario che ha approfondito i suoi interessi.”

- “Penso che mai come durante questa epidemia è stato vero il detto l’arte salverà il mondo. Le persone si sono aggrappate a queste immagini bellissime di Roma, Venezia, deserte, con l’idea che potremo rinascere, questo è stato secondo me proprio il punto di forza dell’arte. L’opera d’arte è la forza che ha l’uomo di proiettarsi al di là della contingenza del momento, è la facoltà di immaginare universi e mondi possibili che prendono forma e si concretizzano nell’architettura, nella pittura, nella scultura, nel film, nel racconto.”

- “Speriamo che nel futuro, quando sarà possibile ricominciare ad usufruire di quest’arte, le persone la prendano seriamente e sappiano dare il giusto valore anche l’artista, che è rimasto anche un po' da parte, escluso dalle logiche di gestione socio economica della pandemia. Quindi speriamo che sia un buon re-inizio per tutti noi, e non solo per gli artisti, ma anche per tutti coloro che lavorano intorno all’arte.”

 

 

 

 

 

 

 

 

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