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Fields of Lighthouses

 

Abbiamo intervistato l'artista, Nicola Pietromarchi, nato nel 1993, ha solo 20 anni, dai modi cortesi, riservato, a  tratti timido, ci ha colpito il suo sguardo, sognante, immerso in una dimesione impalpabile. Ha passato l'infanzia e l'adolescenza al liceo francese di Roma dove si è diplomato, ha proseguito gli studi al Pollitecnico di Milano. Per la sua opera prima ha coinvolto i suoi amici di sempre, compagni di scuola, che hanno accolto con entusiasmo l'idea di partecipare al cortometraggio.

 

 

Versione italiana / English version

L'Intervista

La tua opera sembra fortemente influenzata dai film noir - è stato intenzionale? Quali sono state le tue altre influenze principali?

Mi sono ispirato a diversi film, tra cui “Blade Runner” “Taxi Driver” ma anche “Seven” per ritrarre quell’atmosfera cupa. Per quanto riguarda il contenuto onirico le mie fonti d’ispirazione principali sono state “Otto e Mezzo” di Fellini, “Waking Life” di Linklater e “Synecdoche New York” di Kaufman.

 

La musica e le immagini sembrano perfettamente in sincronia. La musica è stata scritta appositamente? In caso contrario, hai girato le scene pensando a questa musica in particolare?

Da un paio d’anni collaboro con un produttore di musica elettronica con cui ho elaborato diversi concetti, tradotti poi in dischi e artworks. Quando mi ha fatto sentire “Fields of Lighthouses” avevamo quindi già sviluppato un arco narrativo in cui questa traccia si inseriva. E’ stato poi un mio impulso personale quello di volerla rappresentare in un cortometraggio. Ho tenuto conto sia della storyline dell’album concettuale che della struttura della traccia stessa per il suo sviluppo. E’ quindi più corretto dire che musica e video si sono influenzate a vicenda.

 

Pur non essendoci scene parlate, hai scelto di omettere i suoni ambientali. Anche se qualcuno potrebbe non accorgersene, questo aggiunge forrza alla natura surreale del pezzo. Come mai questa scelta?

Volevo rendere l’atmosfera il più surreale possibile e ho realizzato che la presenza di suoni avrebbe spezzato l’equilibrio d’incertezza che volevo creare tra sogno e realtà. L’assenza di suoni permette allo spettatore di lasciarsi trascinare all’interno del sogno e di condividere la stessa dimensione del protagonista. Questa sensazione di essere immersi in una dimensione muta, combinata con la catena degli avvenimenti e la location, raccoglie tutti gli elementi che immagino rendano l’esperienza del sogno così particolare.

 

Ogni ripresa sembrerebbe quasi essere composta da immagini fisse, e ci sono pochissime carrellate. Sei stato influenzato dalla fotografia?

Assolutamente sì. Mio padre è sia direttore della fotografia che fotografo. Mi ha trasmesso la sua passione e mi ha permesso di assisterlo durante i suoi servizi fotografici. Ho quindi da sempre osservato e apprezzato il suo lavoro, che mi ha spinto ad interessarmi alla composizione e recentemente al graphic design.

 

Fai un largo uso dei colori, soprattutto nelle transizioni tra il filtro blue e il rosso. Cosa cercavi di trasmettere? Hai girato il video usando un filtro sull’obiettivo, o sono dei filtri aggiunti in post-produzione?

Abbiamo girato con colori realmente rossi in ripresa, mettendo gelatine sulle lampade, in post produzione abbiamo corretto un paio di sbavature e bilanciato il tutto. La luce dei lampioni, che ritmicamente investe il volto del protagonista, viene distorta, filtrata dalla sua mente, diventa rossa, opprimente, cupa. E’ costantemente presente ed appiattisce la realtà, la rende bicromatica. Questo perché in sogno le nostre esperienze vengono amplificate, portate agli estremi e così ho voluto rendere anche i colori.

 

Sognamo a colori o in bianco-e-nero?

Il fascino del sogno, dal mio punto di vista, sta nel non accorgersi chiaramente di esserne all’interno, penso che i colori, così come i suoni, svolgano un ruolo enorme in questa illusione. Un mondo in bianco e nero costituirebbe un forte segnale di allontanamento dalla realtà.

 

Vengono sollevate delle tematiche rilevanti: questioni di identità e alienazione, di realtà e finzione, e forse anche l’aldilà (a seconda di come si interpretano le spettrali figure in bianco). Queste bianche figure sono fantasmi od angeli?  Cosa ti ha attirato intorno a queste tematiche? Cosa speri di riuscire a trasmettere?

Non volevo che le “creature” avessero un’identità che si prestasse ad un'unica interpretazione. Volevo trasmettere la sensazione di alienazione e l’impossibilità di comunicare del protagonista. Le “creature” non hanno connotazione positiva o negativa, non sono né angeli né fantasmi, esse sono statiche, in armonia tra di loro, risultano opprimenti solo nel momento in cui per il protagonista è impossibile essere come loro. Egli immagina questa distanza incolmabile, crea in sogno una rappresentazione del disagio di sottofondo che prova nell’interagire con i suoi pari. Questo distacco è fonte di frustrazione che lo porta a questionare il valore della propria identità. E’ possibile indossare una maschera, un velo, rinunciando alla propria particolarità, senza esserne oppressi?

 

Sogno e realtà. In quale modo queste due polarità hanno inciso nel video che hai realizzato? A tuo avviso quanto pesa il sogno nella creazione artistica?

Sogno e realtà hanno influenzato il mio lavoro allo stesso modo in cui si influenzano tra di loro, i sogni sono per me espressioni esplicite di trame soggiacenti alla nostra vita. Volevo che il sogno fosse rivelatorio di una realtà che il protagonista non aveva ancora formulato in pensieri, che sapeva, ma che non aveva ancora colto. Il sogno ci permette di rielaborare la nostra esperienza con strutture che non immagineremmo mai da svegli, rappresentare queste strutture oniriche è una delle sfide più comuni e difficili nell’arte, un tema che credo sarà sempre attuale e interessante.

 

 

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